Difficile raccogliere tutto quello che questa stagione ha dato alla Lazio, ai suoi sostenitori, a chi la segue. Per fare un bilancio, dovrete e dovrò attendere qualche giorno: credo sia doveroso fare bene mente locale, non scrivere dopo aver visto uno stadio immensamente pieno, dipinto di bianco e celeste. Non dopo le immagini di questa notte già calda e umida su Roma, su questa squadra, su Sarri. Una notte di addii, di ultime partite e misteri, di Pedro che segna il suo primo gol al derby e col suo ultimo consegna alla Lazio il quinto posto, togliendolo alla Roma. Tutto molto complicato, emozionante, come solo le ultime sanno essere. Come solo si può essere dopo questo stadio. 

GLI ADDII VERI E PRESUNTI – Che sarebbe stata una notte di addii, era chiaro a tutti. Per questo motivo, in barba alle parole del presidente Lotito, agli strali – anche reciproci, ma non è una gara di specchio riflesso, lui per primo dovrebbe capirlo – alle difficoltà di una stagione che ha comunque messo in fila almeno un paio di bruttissime figure, un derby di ritorno perso male, un’Europa League gestita malamente. Ma che sarebbe stata una notte di addii, era chiaro: quelli veri, premiati a fine partita, di Strakosha e Lucas Leiva. 

Due addii molto diversi. Il primo, il figlio di Fotaq, amicone del nostro ds, è partito male, grezzo, si è applicato, ha lavorato duro, si è dimostrato un portiere vero. Poi può piacere – per me su alcuni difetti non è mai veramente migliorato – possiamo discutere se non sia orrido perderlo a zero, vista la possibile plusvalenza, possiamo discutere se meritava di fare più presenze di Pulici, ma è stato un portiere mai fuori le righe, sempre rispettoso, dignitoso, serio. Ha sbagliato, ha fatto bellissime parate, ci ha salvato e condannato (l’Europa League per larga parte ce l’ha sul groppone lui), non mi straccerò le vesti per il suo addio ma lo rispetto. Cosa che non fanno molti tifosi. Lucas Leiva è un altro discorso: questo uomo arriva a Roma dopo aver militato in uno dei club più grandi del mondo, si mette a lavorare sodo, duramente, si impegna, si conquista i tifosi a suon di sudore, fatica, interventi, decisioni forti. Uno che ci ha sempre messo la faccia, il fiato, il sudore estremo e la gamba quando serviva (Cuadrado, ti ricordi?). Questo è un signore vero, uno che a Roma ha costruito qualcosa di affettuoso, stabile e solido. 

Conosco tanti detrattori di professione, ma veramente quasi nessuno di Lucas Leiva. Volergli bene è stato facile, davvero: per i tifosi, questo è un giocatore che resta nel profondo. E un saluto è stato doveroso, autentico, puro. Come questa riconoscenza. Come questa relazione profonda. Come il suo modo di intendere questo sport meraviglioso che ci lega a fondo. Lucas Leiva non è solo un uomo da ringraziare, ma uno da guardare dritto negli occhi, in silenzio, con la speranza che uno sguardo possa trasmettere tutto il rispetto, la passione, la stima, il cuore. Che passi di occhi in occhi tutto questo, e altro ancora. Protagonisti, diceva Lotito. Leiva lo è stato.

Anche quello di Cabral sarà un addio, probabilmente: un giocatore visto pochissimo, regala un gol e un assist all’ultima di campionato, senza Immobile, conferma quello che si pensava. Non è una punta, ma è un giocatore di calcio. E a gennaio non sono sempre arrivati giocatori di calcio. Kamenovic difficile a dirsi, ma un punto per lui: ha fatto una bella partita, sfortunato perfino sul pareggio dell’Hellas Verona, aveva salvato tutto. Da rivedere, ma già è un ottimo punto di partenza. Comparse, per ora. Ma manco troppo negative direi. Una parola su Tudor e sul Verona: questa è una rosa che mi sembra molto inferiore al campionato che ha fatto, superbo, alle prestazioni dei singoli, all’intensità e alla forza impattante di molti suoi automatismi. Questo ex difensore ruvido è un ottimo allenatore, e il suo Verona ha onorato un campionato quasi da record con una partita intensa e divertente. Di calcio vero.

GLI ADDII PRESUNTI – Due addii sono stati presunti: tutti si aspettavano una targhetta per Luiz Felipe, dato per scontato al Real Betis, invece niente. Forse non è tutto ancora scritto, firmato, cartabollato. Chi lo sa. In realtà lo sappiamo l’altro che abbiamo tutti sognato, ammirato, amato, coccolato, sperato. Milinkovic Savic a Roma è trattato come un’apparizione mariana: guai agli altri, lui viene, controlla di suola o di petto, vince. Questo gigante del calcio, il centrocampista più forte della Serie A per distacco, in quest’ultima di campionato fa e disfa, regge e innalza, sta per segnare un gol da cineteca e sale in cattedra. Lo so, lo sappiamo tutti: lo abbiamo pensato, che potrebbero essere le sue ultime giocate, i suoi ultimi minuti, i suoi ultimi tocchi di classe immensa con questa maglia che ha indossato con passione per un’eternità nel calcio moderno, per un giocatore di questo livello assoluto. Non so davvero cosa dire sul suo futuro: di certo, è stato meglio adorarlo, che non averlo mai incontrato.

Chiudo con il vero protagonista: uno stadio pieno, traboccante di amore, biancoceleste, sopra di tanto le 50mila unità, un canto unico, potente, forte. Un segnale e un promemoria: i laziali ci sono, bisogna saperli apprezzare, prendere, amare, capire. I Laziali ci sono, eccoli, ad applaudire per l’ultima volta quest’anno la squadra di Sarri, sperando con tutto loro stessi che non sia l’ultima di Milinkovic Savic con l’aquila sul petto.



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