Nato a Firenze il 5 maggio del 1985, è caporedattore di Tuttomercatoweb.com. Già voce di Radio Sportiva e firma de Il Messaggero, è inviato Champions sulla Juventus e sui grandi eventi internazionali

Tante scatole vuote. Il calcio italiano ha trovato splendidi e lucenti pacchi ieri notte sotto l’albero ma dentro, scartata e grattata la superficie, tante illusioni e una chiara realtà. Il nostro pallone viaggia povero e di rincorsa rispetto alla grandeur di quella che dovrebbe essere la lega di riferimento e che invece continua a distanziare sotto ogni aspetto la Serie A: la Premier League. Raccontiamo di lettere e di desideri, di ambizioni, di società che cercano quello o l’altro campione. Però la Juventus s’è dovuta aggrappare a 400 milioni di aumento di capitale pur di restare sopra la linea di galleggiamento: è oro colato, pure letteralmente, ma ha ragione Andrea Agnelli quando parla di sistema insostenibile, anche e soprattutto in piena pandemia. Chi è causa del suo mal, si dirà, e allora ponga subito freno e rimedio: non ceda alle richieste fuori mercato di Paulo Dybala e metta un muro davanti alla Joya. A costo di perderlo. A costo di perderci. Come fatto dal Milan con Gianluigi Donnarumma e con Hakan Calhanoglu. Come farà con Franck Kessie. Come dovrebbe fare l’Inter con Marcelo Brozovic. Come sta facendo il Napoli con Lorenzo Insigne. Chi addita i procuratori come il grande male di questo sistema, guarda il dito non puntando la luna: gli agenti cercano di portare quanta più acqua al proprio mulino possibile, da procacciatori d’affari e transazioni per definizione. Il problema è che in questo diluvio di ambizioni ed egocentrismo, sono state le proprietà a versare denari contanti nelle loro casse e nelle tasche dei calciatori. I club fanno a gara a chi paga uno stipendio e una commissione più alta per un giocatore? La colpa del procuratore è solo quella di esser parte di un sistema ma in questo caso neppure la prima attiva. Dybala, per tornare al primo esempio, chiede ora una cifra monstre considerata la “sostenibilità” chiesta da Maurizio Arrivabene per il futuro Juventus. Parlò di scelte di cuore quando Fabio Paratici lo aveva già venduto e scambiato con il Manchester United per Romelu Lukaku. Vale anche adesso?

Finalmente il salary cap
Per questo le parole dell’amministratore delegato del Bayern Monaco devono suonare come un monito, un invito ma anche una rivoluzione necessaria per il nostro calcio. Un progetto lungimirante ma fattibile e pure democratico. Ha detto a Suddeutsche Zeitung: “Vogliamo un tetto salariale, una somma X che un club può spendere al massimo come monte ingaggi e delle sanzioni che facciano male e siano reali, anche per le grandi società”. Per Kahn i club dovrebbero poter investire negli stipendi tra il 60 e il 70% dei ricavi, con dei limiti anche per gli aumenti di capitale per compensare le perdite da parte degli investitori. Ma il tutto sarebbe impossibile, specifica Kahn, “senza sanzioni che fanno male e che vengano davvero applicate, anche nei grandi club. In definitiva, non vogliamo altro che il controllo dei costi nel mondo del calcio”. Amen. Eccolo, il salary cap atteso ed auspicato. Eccolo il regalo di Natale che serve al calcio mondiale e ancor di più a quello italiano. Che si fa sfuggire i fondi d’investimento che la Spagna abbraccia a casse aperte. Che non ha la visione sugli stadi e sulle televisioni dell’Inghilterra. Che non ha un progetto di struttura e giovani come la Germania.

Un messaggio per Arrivabene, Marotta e De Laurentiis
L’appello di Kahn sarebbe la panacea per molti mali. Per richieste esose che i giocatori sono arrivati a fare e per società che senza una progettualità e senza capacità aziendali arrivano a mettere in pericolo i conti per ambizioni poi troppo legate al risultato e all’episodio. Il Milan ha subito un tracollo pur perdendo uno dei migliori portieri del mondo? Lo farà perdendo Franck Kessie? E’ un’assurdità che quello del salary cap, con determinate condizioni e sanzioni, non sia uno strumento ancora in mano delle Federazioni e delle leghe per regolamentare anche un mercato folle. Dove l’utilizzo delle plusvalenze e del ‘mercato fantasia’ ne è solo un figlio malato. Tutto nasce dall’incapacità gestionale sui conti, dall’eccessiva ambizione senza fare i conti con la realtà. Ben vengano allora esempi come quello rossonero, anche a costo di. Sia un messaggio per Arrivabene, questo, ma anche per Marotta e De Laurentiis, se parliamo dei rinnovi di Dybala, Brozovic, Insigne. Lo sia però soprattutto per la Uefa, per l’ECA, per le Federazioni. Porre un tetto globale agli emolumenti pagabili da un club, senza sotterfugi di sponsorizzazioni o bonus vari, è l’unica medicina per rendere il gioco più equilibrato, sano e pure democratico. Altrimenti dovremo solo attendere la nuova scappatoia, come sono state le plusvalenze finora.

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