Il feretro di Paolo Sala all’uscita dalla chiesa del Belvedere (foto Renato Greppi)

C’era davvero “tutto” il Canadà questa mattina al doppio saluto del giornalista Paolo Sala  morto improvvisamente domenica mattina a 52 anni. Prima il commiato nel suo amato campo, intitolato a Renzo Maglione che, per Paolo, era un esempio di vita; poi nella chiesa del Sacro Cuore al Belvedere, in cui non sono riusciti ad entrare tutti coloro che avrebbero voluto. Nell’impianto sportivo, che per Paolo Sala era una seconda casa, era stato affisso un gigantesco striscione che diceva: “Se tutti noi  siamo migliori è grazie al tuo sorriso, al tuo modo di fare, al tuo grande cuore…Grazie di tutto, Presidente”. Firmato “La tua grande famiglia Gsd Canadà”.

Il grande e commovente striscione collocato al Renzo Maglione”

Al “Renzo Maglione” erano schierati tutti i ragazzi delle formazioni giovanili del Canadà, che Paolo Sala aveva particolarmente a cuore. Nessuno se la sentiva di parlare, perché il dolore e l’emozione stavano attanagliando tutti; allora è stato incaricato di farlo l’amico giornalista Enrico De Maria, che ha fatto il primo saluto, rivolgendosi in modo particolare alla mamma Liliana e al fratello Gabriele.

I ragazzi di Paolo Sala ascoltano il ricordo di De Maria

Ha detto De Maria, a nome del Canadà: “Caro Paolo, mi sento di dirti, a nome di tutti, che, pur con tutte le difficoltà, che adesso ci sembrano insormontabili, visto che tu sei insostituibile, andremo avanti. E lo faremo per te, perché te lo deve il Canadà, tutto il Canadà, te lo deve lo sport vercellese, tutto lo sport vercellese, te lo deve la città, tutta la città. Dice un verso di Montale: ‘Forse solo chi vuole s’infinita’. Tu lo volevi. Sei nell’infinito, rimarrai nella storia di Vercelli. Riposa in pace”.

Il saluto di Enrico De Maria, a nome del Canadà

L’afflusso all’impianto sportivo è stato incessante per oltre un’ora. Poi il feretro (su cui c’erano una grande bandiera del Canadà, una sciarpa della Pro e una maglia del Torino Academy) è arrivato in chiesa, accolta dal parroco, don Augusto Scavarda e dal parroco del Duomo di Santhià, monsignor Stefano Bedello che, prima di prendere i voti, era stato collaboratore de La Sesia”, proprio a partire dal 1991, l’anno dell’assunzione di Paolo, sotto la direzione di Francesco Brizzolara (un’idea vincente di Remo Bassini, poi futuro direttore).

Il “grazie” del fratello Gabriele a tutti coloro che hanno avuto un pensiero per il fratello

In quella chiesa, il 10 dicembre del 1996, era toccato proprio al ventisettenne Paolo Sala commemorare – con l’ex sindaco Ennio Baiardi e con Alfredo Ardissone – Renzo Maglione, che si era spento quattro giorni prima, per un infarto, a 67 anni.

All’interno della chiesa del Belvedere, prima che la funzione incominciasse, la collega de “La Sesia” Michela Giuliani  ha aggiunto, sul feretro, un taccuino e una biro, mentre l’amministratrice del giornale, Grazia Cavezzale vi ha collocato sopra una mascherina con il simbolo de “La Sesia”. C’era tutta la redazione del giornale e c’era anche due ex direttori: Remo Bassini Gigi Nodaro.

L’intervento del direttore de La Sesia Roberto Ponte

C’era il mondo: rappresentanti del mondo dello sport in generale (quello sport, anche cosiddetto minore, che Sala aveva sempre valorizzato), del calcio, del mondo arbitrale, delle istituzioni (il vice sindaco Simion, l’assessore allo Sport Sabatino e il vice presidente del Consiglio comunale Marino), il governatore e il presidente del Panathlon, con tanti panathleti, gli amici del Toro Club, gli ex giocatori della Pro, tanti giornalisti, gli impiegati della Sesia,  i suoi ragazzi, la gente comune. C’erano i labari del Panathlon, della Federcalcio e dei Veterani della Pro. Non c’era, purtroppo, quello della Pro Vercelli: e dire che, con i colleghi Alex Tacchini e Bruno Casalino, Sala aveva scritto la monumentale Storia delle bianche casacche: il “Grande Album” consultato da tutti gli appassionati di Pro.

La benedizione di monsignor Bedello (foto Greppi)

Il primo a parlare, in chiesa, di Paolo Sala, nell’omelia, è stato il parroco. Ha detto, don Scavarda: “Mamma Liliana e Gabriele, voglio accostarmi al vostro dolore con tutta la tenerezza che meritate. Siamo qui tutti con il cuore appesantito da tante domande, da dubbi che ci tormentano. Ci affidiamo alla Parola di Dio che ci parla di vita di Resurrezione”.

E ha aggiunto di condividere le parole postate da un collega di Paolo su Facebook, che di Sala aveva scritto: “Un Uomo con la U maiuscola, un Presidente con la P maiuscola, un Giornalista con la G maiuscola, un Amico con la A maiuscola”. Anche secondo il parroco del Belvedere le parole più acconce per questo “gigante buono e gentile, educato, disponibile verso tutti”.

Alla fine, prima della benedizione, hanno preso la parola il fratello di Paolo, Gabriele: “Di solito – ha detto- questa parte toccava a lui, ma una parola posso dirla: grazie a tutti, sono orgoglioso di averti avuto come fratello”. E qui è partito un lungo, commovente applauso. Poi il saluto tra le lacrime della cugina Patrizia: “Sarà durissimo vivere senza la tua presenza”.

La chiesa del Belvedere gremita di persone per l’addio a Paolo (foto Greppi)

Infine, precisando  di “leggere a nome di tutta la redazione”, il direttore de “La Sesia”, Roberto Ponte: “Paolo era la roccia del nostro giornale, l’essenza del giornalismo corretto, preciso e garbato.Se n’è andato un punto di riferimento insostituibile”. Tra l’altro il direttore della Sesia ha ricordato che, pur essendo stato assunto nel 1991, Paolo Sala aveva incominciato a collaborare, con l’amato sport, addirittura già nel 1984, e cioè a 15 anni”.

Quindi, dopo la benedizione, il feretro, accarezzato da tutti, è uscito in un subisso di applausi sotto le note dell’organo sgorgate dalle mani di un commosso e ispirato Flavio Ardissone, che, come aveva fatto con Marco De Felice, ha voluto dedicare la sua arte di strumentista ad un altro ex allievo (alle elementari) del don Bosco.

Sul feretro i simboli delle società amate: il Canadà e la Pro Vercelli

Dalla tarda mattinata di oggi, Paolo Sala riposa al cimitero di Billiemme. Ma non riposa né si attenua il dolore di un rione, di un’intera città.

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